Seguici con il Feed Rss

Post in evidenza

Tecniche Di Memoria

TECNICHE DI MEMORIA E METODO DI STUDIO Questa guida è il risultato di un corso sulle tecniche di memoria seguito ai tempi dell’università...

martedì 23 agosto 2016

Lavorare con le mappe: "Viaggio nel testo... orientarsi con le mappe", un libro di Franca Storace (e non solo)

Conosco solo virtualmente Franca Storace, una delle autrici di questo libro edito da LibriLiberi: Viaggio nel testo ... orientarsi con le mappe. Percorsi didattici inclusivi.
E' sufficiente osservare con attenzione la sua attività sul web, i contenuti proposti e la passione delle persone che con lei condividono il mestiere di insegnante, per dedurre la qualità del suo lavoro e, per la proprietà transitiva, il valore dei libri che contribuisce a scrivere.  
Sull'importanza dell'uso delle mappe, nei contesti di insegnamento e apprendimento, non c'è più alcun dubbio. I lavori di Buzan (per le mappe mentali) e di Novak (per le mappe concettuali) hanno aperto ancor più la strada a questo efficace strumento per visualizzare spazialmente e fissare logicamente contenuti in relazione tra loro. 
Il libro che in questo caso prendiamo in esame passa in rassegna le diverse possibilità di utilizzo delle mappe nel contesto scolastico.
Di seguito riportiamo la presentazione del libro presente sul sito della Casa Editrice. In fondo alla pagina c'è il link che rimanda al sito originale.
---------------------------------
Cosa sono le mappe? Qual è la differenza tra mappa concettuale e mappa mentale? A cosa servono? Chi deve realizzarle? Quali sono le regole di composizione?
Nel libro le autrici hanno cercato di rispondere a questi interrogativi, rivolgendosi a docenti di ogni ordine e grado di scuola, ad educatori, studenti, tutor e genitori per orientarli sull’uso efficace delle mappe come strumenti per l’apprendimento frutto di una rielaborazione concettuale di un argomento di studio.
Le mappe sono strumenti di organizzazione logica e visiva della conoscenza se inserite all’interno di percorsi incentrati sull’apprendimento significativo e sulla didattica della comprensione del testo con uno sguardo importante a quest’ultimo e alle sue complessità e difficoltà. Attraverso una pluralità di proposte operative, tratte da significative esperienze didattiche realmente sperimentate, sono stati indagati i molteplici usi delle mappe come supporto nell’osservazione sistematica, nella valutazione dei processi di apprendimento, nella diversificazione delle prove di verifica, nel supporto all’esposizione orale e alla scrittura di testi, nell’organizzazione e gestione di un percorso di ricerca, nel sostenere adeguatamente l’apprendimento degli alunni con BES e DSA anche nella valenza di strumenti compensativi.

sabato 20 agosto 2016

Cosa fa bene ad un bambino che non vuole regole (un video di Alberto Pellai)

Perché un bambino non vuole regole? In che modo far sì che si senta fiducioso verso le regole che gli vengono date?

Anche in questo caso il professor Alberto Pellai fornisce indicazioni utili dal canale youtube di quimamme.

Di seguito riportiamo un estratto del suo intervento, liberamente riadattato, e, in fondo, il video integrale.

La prima sfida è capire quali sono le regole di cui il bambino ha bisogno e quante riesce a "contenerne", cioè quante regole riesce a seguire senza andare in saturazione per eccesso di regole impartite.
Ovviamente quelle fondamentali di cui ha bisogno riguardano la sua autoprotezione (che gli servono per esplorare il mondo senza farsi male), e quelle che necessarie per gestire i momenti della giornata, come i pasti, la nanna, i momenti del gioco etc.

Come comunicare le regole?
"Io mi aspetto da te che tu faccia o non faccia questa cosa", è il modo più immediato. Ma proprio nel momento in cui va applicata la regola l'educatore deve ricordarla al bambino: "Ecco, adesso devi fare quello che dicevamo prima".
Ovviamente la migliore abitudine ad una regola è l'esempio, e quindi il bambino non dovrà mai vedere un adulto che fa il contrario di ciò che gli dice.
Fondamentale è anche il rinforzo: il bambino che avrà applicato la regola è bene che venga premiato, ed è anche utile farsi "reinsegnare" dal bambino quello che ha imparato: "Fammi vedere come si fa, perché tu sei più bravo!".

I bambini perfetti non esistono, quindi succede che non rispettino sempre le regole. Cosa fare?

Niente punizioni corporali, innanzitutto: queste fanno sentire l'adulto potente, ma non lo rendono competente.

Con pazienza serve una ricorsività della regola, attraverso cui ricordare al bambino cosa deve e non deve fare. A lungo andare la regola verrà interiorizzata, nella maggior parte dei casi.
In caso negativo, il bambino va accompagnato in uno spazio di riflessione, in un cantuccio in cui deve pensare a ciò che non è andato bene e al suo comportamento sbagliato. A quel punto l'adulto, dopo 5-10 minuti, dirà al bambino di venire fuori dal suo cantuccio e il piccolo deciderà se fare o no la cosa giusta. Questo serve per allontanarlo dal luogo in cui trasgrediva la regola e, in più, gli dà la possibilità di decidere quando iniziare ad applicarla, senza un'inutile coercizione. 
In questo modo, sempre o quasi sempre, i bambini saranno pronti ad allearsi con l'adulto per il rispetto della regola. 

Cliccando qui sarai ricondotto alla pagina dedicata agli 

interventi del prof. Alberto Pellai


giovedì 4 agosto 2016

Un film da vedere: "GIOCHI D’ESTATE", DI ROLANDO COLLA, consigliato da Alberto Pellai

Alberto Pellai, dalla sua pagina Facebook (che permette di citare e da cui consente di estrapolare contenuti), consiglia la visione di un film molto bello di Rolando Colla, "Giochi D'estate".
Chi meglio di uno psicologo-psicoterapeuta, nonché docente universitario e acuto divulgatore, che da anni si occupa di problemi educativi e questioni legate all'adolescenza può recensire i contenuti di questo film?
Consigliamo la lettura attenta di questa recensione e la sua visione.

C’è un film uscito qualche anno fa che racconta l’ingresso in adolescenza con una competenza e una verità davvero uniche. Non è stato molto distribuito nelle sale ma è disponibile su DVD (CG Entertainment) e lo consiglio ai genitori dei preadolescenti, in particolare a coloro che stanno vivendo una situazione famigliare complessa o che stanno attraversando il percorso della separazione proprio nel momento in cui i figli avrebbero maggior bisogno di stabilità e continuità all’interno della propria vicenda famigliare. Il film è stato girato da Rolando Colla nel 2011 (attenzione a non confonderlo con un polpettone estivo del 1984 che ha il medesimo titolo e che fu diretto d Bruno Cortini con Massimo Ciavarro come protagonista - e che è tutta un’altra cosa). E’ un film che può essere visto insieme ai figli preadolescenti (direi a partire dai 12 anni). La trama è “tipicamente estiva”. Nic, dodici anni, arriva con la sua famiglia, padre, madre e un fratello più piccolo, in un camping al mare in Toscana. Da subito si intuisce che la relazione tra i due genitori è parecchio conflittuale e il padre fatica a controllarsi quando è in preda alla gelosia e questo lo porta ad essere violento nei confronti della moglie. Il figlio più grande soffre di questo ma capisce di non poter competere con la forza irrazionale del padre e per questo sfoga la sua rabbia nella relazione con i pari. Il campeggio però diventa occasione per creare nuove amicizie, in particolare con Marie, una coetanea che rincorre il desiderio mai esaudito dalla madre di conoscere suo padre. I ragazzi, lasciati soli nelle loro domande dagli adulti, cercano nel gruppo un luogo dove “sentire” al massimo per sentirsi vivi, per mettersi alla prova. I giochi d’estate diventano sempre più estremi perché nessuno mette loro dei limiti e il rischio di superare la soglia del lecito diventa realtà. Ma in questa esperienza trasgressiva Nic trova il coraggio di fare giustizia a suo modo nei confronti del padre. Il film racconta la storia di un gruppo di preadolescenti che non hanno adulti capaci di far loro da guida e di sostenerli nel loro diventare grandi. I ragazzi solidarizzano tra loro e danno vita a un gruppo nel quale sperimentare la loro creatività,, spesso colludendo con la dimensione del rischio estremo e del pericolo. Tutte le loro curiosità, le loro paure, ma anche la loro rabbia, converge in giochi dove mettersi alla prova, sperimentare il dolore e sfidare la propria capacità di resistere a tutto. Gli adulti raccontati dal regista sono tutti, in diverso modo, affaticati dalla vita: la madre di Marie pensa che la figlia possa imparare a fare a meno del padre semplicemente seguendo il suo consiglio di smettere di pensare a lui. I genitori di Nic sono intrappolati in una dinamica perversa di vittima e carnefice dove i figlio sono spettatori di continue crisi violente e fuori controllo. I genitori all’apparenza ci sono, tentano anche di prendersi cura dei figli, ma sono in balia della loro irrisolutezza e soprattutto non sono consapevoli dei danni che stanno infliggendo con i loro comportamenti immaturi e irresponsabili. Del film colpisce soprattutto la capacità di raccontare le dinamiche tra pari: è come se una videocamera nascosta riprendesse scene di quotidianità di un gruppetto di ragazzini disorientati che ha bisogno di sentire di essere qualcosa per qualcuno. 
Un film che fa pensare e riflettere e che aiuta gli adulti a comprendere che cosa succede ai ragazzi quando nessuno ha la pazienza e la competenza di educarli al senso del limite, alla definizione e al rispetto dei confini. Al tempo stesso il film rivela la capacità che il gruppo dei pari ha di esporre chi cresce all’esperienza del rischio e della trasgressione, ma al tempo stesso di proteggere e di sostenere il disagio emotivo sofferto in famiglie irrisolte, dove regna il non detto e la regolazione emotiva degli adulti. Se l’avete visto, fornite anche voi il vostro commento. Altrimenti recuperatelo e raccontate poi che cosa ne pensate.


L'ARTICOLO è TRATTO DALLA PAGINA FACEBOOK DI ALBERTO PELLAI PER CONCESSIONE DELL'AUTORE.
LA PAGINA LA TROVI AL LINK RIPORTATO IN BASSO:
---------------------------------

mercoledì 3 agosto 2016

"Lettera ai giovani", di Roberto Baggio - Educare Narrando

Ricordo ancora nitidamente il gol a pochi minuti dalla fine della partita contro la Nigeria: era il mondiale del 1994, negli Stati Uniti. Solo più tardi, dopo anni, ho capito che uomo vi fosse dietro quel fuoriclasse dai piedi fatati. 
Il testo che segue è una testimonianza dell'interiorità di uno dei più grandi campioni che il calcio italiano abbia avuto. Concetti semplici, parole comuni, ma l'impressione è che questi pensieri vengano da un'interiorità adulta, solida, vissuta. Buona lettura.

A tutti i giovani e tra questi ci sono anche i miei tre figli.
Per vent’anni ho fatto il calciatore. Questo certamente non mi rende un maestro di vita ma ora mi piacerebbe occuparmi dei giovani, così preziosi e insostituibili. So che i giovani non amano i consigli, anch’io ero così. Io però, senza arroganza, stasera qualche consiglio lo vorrei dare. Vorrei invitare i giovani a riflettere su queste parole.
La prima è passione.
Non c’è vita senza passione e questa la potete cercare solo dentro di voi. Non date retta a chi vi vuole influenzare. La passione si può anche trasmettere. Guardatevi dentro e lì la troverete.
La seconda è gioia.
Quello che rende una vita riuscita è gioire di quello che si fa. Ricordo la gioia nel volto stanco di mio padre e nel sorriso di mia madre nel metterci tutti e dieci, la sera, intorno ad una tavola apparecchiata. E’ proprio dalla gioia che nasce quella sensazione di completezza di chi sta vivendo pienamente la propria vita.
La terza è coraggio.
E’ fondamentale essere coraggiosi e imparare a vivere credendo in voi stessi. Avere problemi o sbagliare è semplicemente una cosa naturale, è necessario non farsi sconfiggere. La cosa più importante è sentirsi soddisfatti sapendo di aver dato tutto, di aver fatto del proprio meglio, a modo vostro e secondo le vostre capacità. Guardate al futuro e avanzate.
La quarta è successo.
Se seguite gioia e passione, allora si può parlare anche del successo, di questa parola che sembra essere rimasta l’unico valore nella nostra società. Ma cosa vuol dire avere successo? Per me vuol dire realizzare nella vita ciò che si è, nel modo migliore. E questo vale sia per il calciatore, il falegname, l’agricoltore o il fornaio.
La quinta è sacrificio.
Ho subito da giovane incidenti alle ginocchia che mi hanno creato problemi e dolori per tutta la carriera. Sono riuscito a convivere e convivo con quei dolori grazie al sacrificio che, vi assicuro, non è una brutta parola. Il sacrificio è l’essenza della vita, la porta per capirne il significato. La giovinezza è il tempo della costruzione, per questo dovete allenarvi bene adesso. Da ciò dipenderà il vostro futuro. Per questo gli anni che state vivendo sono così importanti. Non credete a ciò che arriva senza sacrificio. Non fidatevi, è un’illusione. Lo sforzo e il duro lavoro costruiscono un ponte tra i sogni la realtà.
Per tutta la vita ho fatto in modo di rimanere il ragazzo che ero, che amava il calcio e andava a letto stringendo al petto un pallone. Oggi ho solo qualche capello bianco in più e tante vecchie cicatrici. Ma i miei sogni sono sempre gli stessi. Coloro che fanno sforzi continui sono sempre pieni di speranza. Abbracciate i vostri sogni e inseguiteli. Gli eroi quotidiani sono quelli che danno sempre il massimo nella vita.

Ed è proprio questo che auguro a Voi ed anche ai miei figli.

------------------


lunedì 1 agosto 2016

"L'elefante incatenato", di Jorge Bucay - Educare Narrando

"Non posso", "non ce la faccio", "non è alla mia portata". "E' troppo difficile", "non ci riuscirò ma", "gli altri possono, io no". Sono frasi che il nostro cervello ci ripete, ma anziché guardarle come frasi, pensieri, finiamo per crederci.
 Di certo non sosteniamo le frasi-slogan dei trainers-coach, secondo i quali "non esistono limiti, l'unico limite siamo noi stessi", oppure "tu puoi fare tutto". Sciocchezze! Non possiamo fare tutto, siamo esseri umani limitati. Non ci è concessa l'onnipotenza. Ma possiamo fare molto, cominciando a liberarci da catene fittizie.
Buona lettura!

“Non posso” - gli dissi - “Non posso!”
“Ne sei sicuro?” - mi chiese lui.
“Sì, mi piacerebbe tanto sedermi davanti a lei e dirle quello che provo... Ma so che non posso farlo”.
Jorge si sedette come un Buddha su quelle orribili poltrone azzurre del suo studio. Sorrise, mi guardò negli occhie, abbassando la voce come faceva ogni volta che voleva essere ascoltato attentamente, mi disse:
“Ti racconto una storia...”.
E senza aspettare il mio assenso iniziò a raccontare:

 “Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall’elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.
Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.
Era davvero un bel mistero.
Che cosa lo teneva legato, allora?
Perchè non scappava?
Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell'elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perchè era ammaestrato. Allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perchè lo incatenano?”. Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.
Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.
Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta:

l’elefante del circo non scappa perchè è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l'elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perchè quel paletto era troppo saldo per lui.
Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora...
Finchè un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l'animale accettò l'impotenza rassegnandosi al proprio destino. L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perchè, poveretto, crede di non poterlo fare. Reca impresso il ricordo dell'impotenza sperimentata subito dopo la nascita.
E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo.
E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più...”

“Proprio così, Demiàn. Siamo un po' tutti come l'elefante del circo: andiamo in giro incatenati a centinaia di paletti che ci tolgono la libertà.
Viviamo pensando che “non possiamo” fare un sacco di cose semplicemente perchè una volta, quando eravamo piccoli, ci avevamo provato ed avevamo fallito.
Allora abbiamo fatto come l'elefante, abbiamo inciso nella memoria questo messaggio: non posso, non posso e non potrò mai.
Siamo cresciuti portandoci dietro il messaggio che ci siamo trasmessi da soli, perciò non proviamo più a liberarci del paletto.
Quando a volte sentiamo la stretta dei ceppie facciamo cigolare le catene, guardiamo con la coda dell'occhio il paletto e pensiamo:
non posso, non posso e non potrò mai”.
Jorge fece una lunga pausa. Quindi si avvicinò, si sedette sul pavimento davanti a me e proseguì:
“E' quello che succede anche a te, Demiàn. Vivi condizionato dal ricordo di un  Demiàn che non esiste più e che non ce l'aveva fatta.
L’unico modo per sapere se puoi farcela è provare di nuovo mettendoci tutto il cuore… tutto il tuo cuore!”

Jorge Bucay, “Lascia che ti racconti. Storie per imparare a vivere”

------------------


sabato 30 luglio 2016

A.S. 2016/2017: ecco date, scadenze, festività per ogni regione

Il Ministero della Pubblica Istruzione ha pubblicato il calendario scolastico per l'anno 2016/2017.

Le lezioni riprenderanno tra il 12 e il 15 settembre, per terminare tra il 7 e il 10 di giugno.
Gli alunni e studenti che ricominceranno per primi l'anno scolastico sono quelli delle regioni Abruzzo, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Molise, Piemonte, Umbria Valle D'Aosta e Veneto.

Tre giorni dopo riprenderanno il Lazio, la Campania, l'Emilia Romagna, le Marche, la Puglia e la Toscana

Prove INVALSI
Per la classe terza della scuola secondaria di I grado (terza media) la prova si terrà il 15 giugno 2017
Non è escluso che la prova venga spostata e anticipata durante l'anno scolastico. Il Sottosegretario Faraone, infatti, parlava di finalizzarla alla valutazione delle scuole e non degli alunni; per questa ragione potrebbe essere esclusa dalle prove d'esame. Staremo a vedere.

Esame di Maturità
Alle 8.30 del 21 giugno 2017 è prevista la prima prova dell'esame di Maturità, vale a dire la prova di italiano.
La data della seconda prova, con le discipline specifiche dell'indirizzo di studi frequentato, sarà stabilita dal MIUR a gennaio.
La Terza prova, invece, viene definita internamente da ogni commissione.

Giorni di festa nazionale (chiusura in tutta Italia):
- 1 novembre (Tutti i Santi)
- 8 dicembre
- 25 e 26 dicembre
-1 gennaio (Capodanno)
- 6 gennaio (Epifania)
- domenica di Pasqua e Lunedì dell’Angelo (16 e 17 aprile 2017)
- 25 aprile (Festa della Liberazione)
- 1 maggio (Festa del Lavoro)
- 2 giugno (Festa della Repubblica)

Seguono i calendari scolastici di tutte le regioni, indicanti il primo giorno di scuola, le vacanze di Natale, di Pasqua, la chiusura dell'anno scolastico e altre festività e ponti.

Calendario scolastico Abruzzo 2016/17
Data primo giorno di scuola: 12 settembre 2016
Vacanze di Natale: dal 24 dicembre 2016 all’8 gennaio 2017
-Vacanze di Pasqua: dal 13 al 18 aprile 2017
Data ultimo giorno di scuola: 7 giugno 2017
Altre festività e ponti: 31 ottobre 2016, 24 aprile 2017

venerdì 29 luglio 2016

Essere felici, di Hermann Hesse - Educare narrando


Hermann Hesse (Calw2 luglio 1877Montagnola9 agosto 1962è stato uno scrittorepoetaaforistafilosofo e pittore tedesco naturalizzato svizzero, insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1946.

Bellissimo testo su cui meditare. Ciascuno ne tragga le conclusioni che ritiene.

"Non esiste alcun dovere della vita,
vi è solo il dovere dell’essere felici.
Per questo solo, noi siamo al mondo,
e con tutti i doveri
e con tutta la morale
e con tutti i comandamenti
difficilmente ci si rende felici l’un l’altro,
perché non si rende felici se stessi.
Se l’uomo può essere buono,
lo può essere solo
se egli è felice,
se egli ha in se stesso armonia,
quindi se egli ama.
Questo è stato l’insegnamento,
il solo insegnamento del mondo;
Questo diceva Gesù,
questo diceva Budda,
questo diceva Hegel.
Per ognuno l’unica cosa importante al mondo dev'essere:
la propria interiorità
la propria anima
la propria capacità di amare.
Se queste sono in ordine
si possono mangiare meglio i dolci,
portare stracci o gioielli.
Allora il mondo risuonerà chiaramente con l’anima,
tutto è buono,
tutto è in ordine."

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...