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Tecniche Di Memoria

TECNICHE DI MEMORIA E METODO DI STUDIO Questa guida è il risultato di un corso sulle tecniche di memoria seguito ai tempi dell’università...

giovedì 3 maggio 2012

Don Lorenzo Milani: "Dare ai poveri il dominio sulla parola" - Educare Narrando

Al Direttore del “Giornale del Mattino”, Firenze
Barbiana, 28.3.1956

Caro direttore,

il tuo giornale si prende spesso a cuore la sofferenza dei disoccupati e dei senza tetto e te ne siamo tutti grati.
Tetto e pane sono fra i massimi beni. Mancarne è dunque una delle massime miserie.
Eppure l'uomo non vive di solo pane. C'è dei beni che sono maggiori del pane e della casa e il mancare di questi beni è miseria più profonda che il mancare di pane e di casa.


Questo tipo di beni chiamerò ora per comodità di di­scorso « istruzione », ma vorrei che tu prendessi questa parola in un senso più largo, comprensivo di tutto ciò che è elevazione interiore.


A questo punto qualcuno insinuerà che presto al po­vero sentimenti che sono miei e che nulla al mondo pre­me  al povero quanto la casa e il pane. Lo cheterò allora con un argomento che non ammette repliche perché è un dato di fatto.



Sono parroco di montagna non molto lontano da Firenze. Il mio popolo contava 230 anime nel 1935, ora ne conta 124. Solo dall'anno scorso in qua ne ha perse 24. Su 25 case ce n'è 7 vuoteDiglielo a La Pira, 7 case vuote! E non manca neanche un boccone di pane per chi ci volesse tornare. Sudato, strappato, ma insomma bene o male quando c'erano quei 106 in più hanno mangiato e non sono morti di fame. E la terra allora rendeva meno d’ora. Vedo poi nel tuo giornale che pagate la legna a 1200 lire il quintale. Penso che i vostri disoccupati devono aver patito un gran freddo quest'inverno. Noi invece s'è tagliato quercioli e querci quanto c'è parso. Nel focolare dei più poveri dei miei figlioli brucia ogni giorno certi ceppi che a voi altri vi basterebbero due inverni.

Qui dunque case a scialo, legna a scialo, e un boccone di pane per tutti. E a Firenze La Pira a arrabattarsi coi barroccini degli sfrattati da un uscio all'altro. Perché non ce li manda quassù?

Ecco, vedi, anche lui, che i dolori dei poveri in città li ha ben presenti, lui che di montagna non se ne intende, l'ha fiutato però che quella parola non la poteva dire.
« Vacci te! » « Perché io? Vacci te! » griderebbe ognu­no a Firenze dal più grande al più piccolo. Lo direbbe chi lavora al disoccupato, lo rinfaccerebbe il disoccupato a chi lavora.
La Pira non è di quelli che dicono che i montanari scendono al piano per andare al cinema. Lui non offende così un popolo intero che migra. Un popolo intero, non due o tre giovani sconsiderati e avventurosi. Un popolo intero, coi saggi vecchi e le donne di casa che non hanno più grilli per il capo. Sono scesi al piano e son disposti anche a morirvi di fame, di freddo e d'altri stenti, ma ai monti non risaliranno mai.
Qualcuno dice che se i disoccupati e i senza tetto non vi salgono è solo perché non sanno più i mestieri dei monti.

Eh sai, ce ne sarà di molti dei vostri disoccupati che non sanno i mestieri dei monti! Fate un po' una statistica sui luoghi di nascita dei vostri manovali disoccupati. Al più lungo saranno scesi da una generazione. Ma i più sul­la terra e sui monti ci son nati e saprebbero ancora gua­dagnarsi il pane con l'accetta nel bosco e anche adattarsi al nostro tipo di stenti perché l'han lasciato da poco e ci son cresciuti. Saprebbero, ma non s'adattano.
C'è dunque qualcos'altro. Questo qualcosa è ciò che ho detto di voler chiamare istruzione e comprende tutte le infinite piccole grandi cose che pongono un montanaro in condizioni di inferiorità e d'umiliazione di fronte al cittadino.

Sull'analisi di questo fatto non ho bisogno di dilungar­mi. Mi basta per ora averne dimostrato l'esistenza. Dico­no che l'esodo dai monti è un salto dalla padella nella brace. Ma nessuno ritorna indietro, dunque quel qualco­sa che brucia più della brace esiste. E quel qualcosa è per forza il dislivello culturale perché non vedo cos'altro pos­sa essere se non è né il pane né la casa.

Ciò che dico dei montanari rispetto a quelli di piano vale poi coll'identico peso, anche se a livelli diversi, per i contadini rispetto ai pigionali, per i campagnoli rispetto ai cittadini, per gli operai rispetto ai diplomati.
Le conseguenze di questi quattro dislivelli culturali so­no gravissime, e si estendono ai campi più vari e impre­visti.

Mi basti qui accennarti che su chi sa meno gioca bene il •propagandista politico, il commerciante, 1'imprenditore, la Confindustria, il distruttore di religione, il corruttore, lo stregone... Ma ti risparmio il quadro doloroso che po­trei tracciarti di questa che è la miseria più grave dei mi­seri e che riassume tutte le altre loro miserie, perché sup­pongo che tu ne sia già compreso da tempo. Veniamo piut­tosto a analizzarne l'intima essenza.
Credi proprio che uno dei miei ragazzi di montagna abbia un numero di cognizioni molto inferiore di un suo coetaneo di città?

Dieci anni di occhi di ragazzo spalancati sul mondo so­no dieci anni qui sul Monte Giovi come in via Tornabuo­ni. E nel tempo che i vostri figlioli posavano gli occhi su un mucchio di cosette scelte, i miei non li tenevano mica serrati, li posavano su altre cosette.
I vostri conoscono il dinosauro e il puma ma non co­noscono un conigliolo maschio da una femmina. I miei non sanno i colori del semaforo né se un rubinetto si giri a destra o a sinistra, ma in compenso sanno tutto sulla vita del bosco coi suoi infiniti nidi, rettili, piante, col volgere delle stagioni e delle ore.

Dieci anni valgon dieci anni, credi a me. Va bene che sui libri c'è una concentrazione di osservazioni che con gli occhi nostri e basta non si potrebbe raggiungere. Ma qui in compenso, nel grande libro del bosco e del campo, c'è una concretezza di osservazioni che sui libri non si raggiungerà mai.

Ma oltre al libro del bosco c'è anche quello delle fami­glie. Sulle famiglie e le loro leggi e i loro rapporti sa trop­po di più un ragazzo di qui che uno dei vostri. Passa un trasporto e non sapete chi è morto, come è morto, se ha lasciato dietro di sé pianto e litigi. Cosa volete dunque saperne della vita all'infuori del ristretto cerchio di casa vostra o di quello dei libri che leggete e vi ingannano per­ché di solito lì ha scritti gente isolata nel guscio come voi?

Tutto questo discorso solo per concludere che è da pre­sumersi a priori che per es. un boscaiolo di vent'anni sia ricco di cognizioni e d'una visione del mondo pari a quel­la d'un universitario di vent'anni. Non voglio dire egua­le, ma equivalente si. Più ricca da una parte, più povera da un'altra. In conclusione: certo non inferiore. Anzi, se proprio dovessi dire la mia opinione sono incline a credere che Dio abbia voluto dare piuttosto qualcosa di più al diseredato che all'altro: in buon senso, equilibrio, rea­lismo ecc.

Ebbene, ora questi due uomini che abbiamo detto cer­to non inferiori l'uno all'altro per ricchezza interiore, mettiamoli di fronte l'uno all'altro in discussione. Oppure di fronte ai problemi quotidiani che la vita moderna impo­ne, e vedremo il mio figliolo cadere al primo colpo. Umiliato, battuto in mille occasioni dal primo bellimbusto di studentello cittadino.
Forse che il semaforo o il rubinetto (opere di mano d'uomo) valgono più del bosco (opera di Dio)? Forse che fra le cognizioni c'è una gerarchia di valori? Alcune (quelle di città) nobili e utili; altre (quelle del bosco) ignobili e vane. Se quella gerarchia si dovesse fare, vorrei che le cognizioni del bosco fossero innanzi a quelle del programma TV o a quella dell'ultimo ritrovato americano per far la vita comoda e non virile. Ma quella gerarchia non esiste. Il sapere è nobile sempre, quando è conoscenza del creato di Dio.

Io son sicuro dunque che la differenza fra il mio figlio e il vostro non è nella quantità né nella qualità del tesoro chiuso dentro la mente e il cuore, ma in qualcosa che è sulla soglia fra il dentro e il fuori, anzi è la soglia stessa: la Parola.
I tesori dei vostri figlioli si espandono liberamente da quella finestra spalancata. I tesori dei miei sono murati dentro per sempre e ínsteriliti. Ciò che manca ai miei è dunque solo questo: il dominio sulla parola. Sulla parola altrui per afferrarne l'intima essenza e i confini precisi, sulla propria perché esprima senza sforzo e senza tradi­menti le infinite ricchezze che la mente racchiude.

Sono otto anni che faccio scuola ai contadini e agli operai e ho lasciato ormai quasi tutte le altre materie. Non faccio più che lingua e lingue. Mi richiamo dieci, venti volte per sera alle etimologie. Mi fermo sulle parole, glie­le seziono, gliele faccio vivere come persone che hanno una nascita, uno sviluppo, un trasformarsi, un deformarsi.
Nei primi anni i giovani non ne vogliono sapere di questo lavoro perché non ne afferrano subito l'utilità pra­tica. Poi pian piano assaggiano le prime gioie. La parola è la chiave fatata che apre ogni porta. L'uno se ne accor­ge nell'affrontare il libro del motore per la patente. L'al­tro fra le righe del giornale del suo partito. Un terzo s'è buttato sui romanzieri russi e li intende. Ognuno di loro se n'è accorto poi sulla piazza del paese e nel bar dove il dottore discute col farmacista a voce alta, pieni di bo­ria. Delle loro parole afferra oggi il valore e ogni sfuma­tura. S'accorge solo ora che esprimono un pensiero che non vale poi tanto quanto pareva ieri, anzi pochino. I più arditi han provato anche a metter bocca. Cominciano a inchiodar il chiacchierone sulle parole che ha detto.

« Parole come personaggi » si chiama una tua rubrica. Ecco, questo è appunto il mio ideale sociale. Quando il povero saprà dominare le parole come personaggi, la ti­rannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata.
Una utopia? No. E te lo spiego con un esempio.
Un medico oggi quando parla con un ingegnere o con un avvocato discute da pari a pari. Ma questo non perché ne sappia quanto loro di ingegneria o di diritto. Parla da pari a pari perché ha in comune con loro il dominio della parola. Ebbene a questa parità si può portare 1'ope­raio e il contadino senza che la società vada a rotoli. Ci sarà sempre l'operaio e l'ingegnere, non c'è rimedio. Ma questo non importa affatto che si perpetui l'ingiustizia di oggi per cui l'ingegnere debba essere più uomo dell'ope­raio (chiamo uomo chi è padrone della sua lingua). Que­sta non fa parte delle necessità professionali, ma delle ne­cessità di vita d'ogni uomo, dal primo all'ultimo che si vuol dir uomo.
Il dominio sul mezzo d'espressione è un concetto che non riesco a disgiungere da quello della conoscenza delle origini della lingua. Finché ci sarà qualcuno che la pos­siede e altri che non la possiedono, questa parità base che ho chiesto sarà sempre un'irrisione. [...]

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