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martedì 9 febbraio 2016

A CHI, IN NOME DEL GENDER, BLOCCA PROGETTI EDUCATIVI A SCUOLA, di Alberto Pellai

Un interessante intervento del prof. Alberto Pellai che, di nuovo, si pronuncia sull'attuale questione del "gender nelle scuole".

In fondo alla pagina trovate il link alla sua pagina Facebook, dove potrete seguire i suoi interventi, e il link alla pagina che racchiude i suoi interventi più significativi.

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Da anni lavoro sul tema della prevenzione primaria degli abusi sessuali. Il mio manuale “Le parole non dette” (Erickson ed.) è uno dei testi di riferimento per chi vuole promuovere con i bambini un percorso di prevenzione finalizzato ad aiutarli a riconoscere le situazioni a rischio, a dare valore alle reazioni emotive che il nostro corpo sperimenta in queste situazioni (mi si è acceso un vulcano nella pancia, raccontano le vittime quando ricordano la prima volta in cui hanno subito un abuso), a dire no, ad andare via dalla situazione a rischio e soprattutto a raccontarlo ad un adulto di cui ci si fida.
In questo tempo di allarme per la diffusione dell’educazione al gender nelle scuole, questo progetto di prevenzione è stato molto criticato e attaccato e alcune scuole in cui veniva svolto lo hanno dovuto abbandonare. Paradossalmente, lo slogan di questi movimenti è “Giù le mani dai nostri bambini” che è anche un perfetto slogan contro ogni forma di abuso sessuale all’infanzia. Purtroppo, all’urlo di questo slogan – ovvero “Giù le mani dai nostri bambini” – alcune scuole hanno dovuto abbandonare un progetto finalizzato ad aiutare i bambini ad acquisire competenze protettive. Del resto, alcuni giorni fa, un sito portavoce della campagna “No gender” ha pubblicato un articolo che mi riguardava in prima persona citandomi con nome e cognome e che partendo dalla domanda “L’educazione sessuale dei ragazzi è bene?” (cito testualmente) , citando alcune fonti selezionate ad hoc, conclude affermando così (cito sempre testualmente): “Gli obiettivi originari dell’educazione sessuale (nata, lo ricordiamo, meno di un secolo fa), sono lo sradicamento della morale, la diffusione di aborto e contraccezione, la creazione di una umanità più docile al potere. Tutto questo attraverso una precoce sessualizzazione.”
Ecco, questa è un’affermazione che a me sembra alquanto strana. Io non solo non la condivido, ma ho centinaia di articoli scientifici e di meta-analisi basate su studi pubblicati che affermano l’importanza dell’educazione sessuale e la sua efficacia. L’autore invece nel suo articolo ha selezionato uno studio del 2011 in cui si afferma che : “I programmi che incrementano l’accesso alla contraccezione sono stati trovati capaci di decrementare le gravidanze indesiderate tra gli adolescenti nel breve termine ma aumentano le gravidanze indesiderate nel lungo termine”. Inoltre cita un secondo articolo del British Medical Journal in cui si afferma che: “non è emersa alcuna prova che interventi [di educazione sessuale] siano efficaci nel ritardare l’esperienza eterosessuale o ridurre le gravidanze, l’ubriachezza o l’uso di cannabis. Alcuni risultati suggeriscono un effetto contrario”. Forse è importante specificare che nel primo articolo si parla di “programmi che incrementano l’accesso alla contraccezione” che non necessariamente coincidono con i programmi di educazione sessuale (per esempio un programma di distribuzione gratuita dei profilattici soddisfa il criterio dell’incremento all’accesso alla contraccezione, ma non è un programma di educazione sessuale) e nel secondo caso citato l’autore non si è accorto che l’articolo non è basato sulla valutazione di interventi di educazione sessuale (termine che lui aggiunge tra parentesi quadra nel riproporre le conclusioni del lavoro), bensì sulla valutazione di programmi chiamati “youth development” che dall’articolo stesso vengono definiti come progetti finalizzati a promuovere uno sviluppo generale personale del soggetto, l’autostima, prospettive di carriera positive e altre aspirazioni, oltre che buone relazioni con gli adulti tra soggetti giovani e vulnerabili ( aim to promote overall personal development, self esteem, positive career and other aspirations, and good relationships with adults among vulnerable young people), definizione che secondo me è molto lontana da quella che noi utilizziamo per definire i progetti di educazione sessuale.
Io per correttezza non cito il nome e cognome dell’autore. Se dobbiamo parlare di programmi, idee, cose che servono ai nostri figli, per me non è importante citare lui che afferma queste cose, ma continuare solo a leggere in modo critico (e dialogico) ciò che afferma. Per cui, vorrei che la prossima volta che si afferma una cosa così forte come :

“Gli obiettivi originari dell’educazione sessuale (nata, lo ricordiamo, meno di un secolo fa), sono lo sradicamento della morale, la diffusione di aborto e contraccezione, la creazione di una umanità più docile al potere. Tutto questo attraverso una precoce sessualizzazione.”
E si parla male di una strategia che tutte le organizzazioni mondiali a tutela dell’età evolutiva valutano come molto utile, necessaria e fondamentale, lo si facesse in modo meno ideologico, più scientifico e rigoroso. Eventualmente con un confronto diretto che permetta lo scambio di idee.
Per concludere, condivido con voi una cosa bella che è successa proprio ieri. Una mamma che frequenta questa pagina Facebook mi ha mandato una bellissima testimonianza a sostegno del lavoro di prevenzione primaria dell’abuso sessuale all’infanzia. Aveva ascoltato dei bambini che parlavano tra loro. E nelle loro parole io ho ritrovato tutti i messaggi preventivi del progetto “Le parole non dette”. La lettrice è barbara Boggio e mi ha autorizzato a citarla e a condividere con voi quanto mi ha scritto. Perciò, incollo qui sotto la sua mail, per intero.
Esco di corsa dalla riunione per buttarmi in un’altra, in un mezzogiorno freddo ma assolato. Nell’area solitamente pedonale è parcheggiato un pullman, di quelli con la televisione e il bagno, col motore spento. Di fianco, davanti al bar, una quarantina di bambini in fila per due, con gli zainetti della merenda, i giubbotti colorati e il cappello sulle orecchie. A una prima occhiata sembrano di terza elementare. Le maestre sono impegnate nel difficile compito di verificare che tutti siano presenti al momento della partenza. Mi immagino stiano andando in gita, non troppo lontano vista l’ora. Nell’aria c’è eccitazione e aspettativa, che li rende irrequieti ed euforici. Attraverso nella loro direzione a passo svelto, e sento uno scambio di battute tra i due dell’ultima fila, un bambino e una bambina.
“E allora che fai, se ti perdi?”
Chiede la bambina.
“Cerco un vigile, un poliziotto o un adulto di cui ci si può fidare, come una mamma col passeggino”
Risponde lui.
“E se invece qualcuno ti vuole portar via?”
Lo incalza ancora, bonariamente.
“Grido no e scappo via!”
Conclude sorridendo lui.
I progetti di prevenzione, l’educazione all’affettività, l’insegnamento del rispetto di sé e degli altri. Sono inutili? No, non l’ho mai pensato. Ma oggi ho riconosciuto quelle parole che ho letto tanto tempo fa, e che mi sono state raccontate dai miei figli dopo averle ascoltate da una insegnante brava e preparata.
Se i bambini ricordano qualcosa è perché la trovano buona per loro, e gli è stata spiegata nel modo più giusto. Altrimenti scivola via dal giorno alla notte.
Per chi, come lei, si impegna ogni giorno affinché i grandi si prendano cura dell’educazione affettiva dei nostri bambini, credo sia importante anche raccoglierne i frutti. E quello che ho ascoltato oggi mi sembra il frutto migliore.






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